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Chiesa parrocchiale di San Giacomo

Issime

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Tipologia: Chiesa
Anno costruzione: 1683
Secolo: XVII
Toponimo: Issime (Duarf)
Dedicazione: San Giacomo
Comune: Issime
Architettura: parrocchiale
Ubicazione: fondovalle
Accesso: facile
Disabili:
Percorso: di fondovalle
Stato attuale: restaurata
Progetto di restauro:

Per entrare nel territorio di Issime, l’antica Axima, ci facciamo accompagnare dalle parole dell’abbé Jean-Jacques Christillin, autore della preziosa raccolta Légendes et récits recueillis sur les bords du Lys, edita ad Aosta nel 1901: «È a Guillemore che si entra sul territorio di Issime, “Éischeme” nel dialetto locale. Nessun segno ne indica i limiti e ciò nonostante si indovina istintivamente che si attraversa un confine. Qui, la bassa Vallesa è separata da quella alta dal salto di trenta metri che compie il Lys gettandosi nell’orrido. Abbandoniamo la zona temperata per quella alpina e il mondo latino per quello germanico». Fin dall’inizio del Duecento, infatti, risultano insediate a Issime, e integrate con la comunità autoctona, popolazioni germaniche scese dal Vallese (Walser), che hanno lasciato la loro impronta sulla cultura, sulla toponomastica e sul dialetto locale, il töitschu.
A quell’epoca il territorio di Issime era già feudo della potente e ramificata famiglia Vallaise, la cui giurisdizione comprendeva tutta la valle del Lys e terre nel Canavese. Secondi come importanza solo agli Challant nelle assemblee dei Tre Stati di Aosta, i signori di Vallaise mantennero i diritti sulle loro terre per quasi seicento anni, dall’inizio del XIII secolo sino all’affrancamento dei censi del 1783. Essi erano signori “pari”, cioè godevano del privilegio di poter essere giudicati soltanto da un’assemblea di nobili di pari livello, e avevano la facoltà di emanare leggi e di amministrare la giustizia. Ne rimane una testimonianza tangibile nel bellissimo sedile settecentesco in legno di noce scolpito dove sedevano il giudice della Vallesa e i suoi consiglieri, in origine collocato di fronte al vecchio municipio, situato nella parte orientale della piazza. I giudici della Vallesa esercitavano il diritto di vita e di morte sui condannati. Al muro del vecchio municipio era fissata una catena alla quale venivano legati i colpevoli esposti alla berlina, mentre secondo la tradizione nei pressi di Guillemore, là dove ancora oggi sorge un oratorio costruito sulla roccia viva, veniva eretta la forca per le impiccagioni.
Fin dal 1227 Issime godette di franchigie particolari concesse dai signori di Vallaise forse per parificare i nuovi abitanti germanici agli abitanti locali. Pur convivendo pacificamente, le due comunità hanno conservato nel corso dei secoli identità etniche e linguistiche ben distinte.
Il territorio anticamente era diviso in tre zone, ciascuna rappresentata fino al 1762 dal proprio sindaco: la montagna, ovvero i valloni di San Grato e di Bourinnes, meta dell’immigrazione delle prime colonie walser della Valle del Lys; la piana o Issime Saint-Jacques, corrispondente all’attuale capoluogo e al vallone di Tourrison; e il Tiers dessus o Issime Saint-Michel, l’attuale comune di Gaby. Se il nucleo principale dell’insediamento alemanno fu il vallone di San Grato, in realtà il modello di insediamento nel resto del territorio si può definire a mosaico, in cui i due gruppi etnici, quello autoctono francoprovenzale e quello tedesco immigrato, hanno vissuto a stretto contatto. Prova ne sono il prato nel fondovalle di Issime chiamato Pré des Allemands e i nuclei di insediamento alemanno nel territorio dell’attuale Comune di Gaby, uno fra il torrente Niel e il villaggio di Pont Trenta e l’altro rappresentato dal villaggio di Niel.
Per mantenere viva la tradizione del töitschu si è costituita a Issime nel 1967 l’Associazione Augusta, che attraverso la rivista omonima promuove dal 1969 studi e ricerche approfondite sulla cultura walser.

La chiesa parrocchiale di San Giacomo
La prima testimonianza documentaria sulla comunità di Issime compare in una bolla papale di Lucio III del 1184 contenente l’elenco delle chiese dipendenti dalla collegiata di Sant’Orso di Aosta: segno che a quella data la popolazione locale era abbastanza numerosa e consolidata da essere organizzata in parrocchia autonoma, staccata da quella di Perloz che in origine comprendeva l’intera Vallesa. La giurisdizione della parrocchia di Issime, che nel 1228 passò sotto la prevostura di St-Gilles di Verrès, si estendeva anche su Gressoney-St-Jean, Gressoney-la-Trinité e Gaby, resesi indipendenti rispettivamente nel 1660, nel 1686 e nel 1786.
Secondo la leggenda narrata da Christillin, la chiesa venne costruita sul luogo dove era stata trovata una statua prodigiosa di san Giacomo Maggiore, scelto così come patrono della nuova fondazione. L’affresco nel fregio della Sala dei feudi di Château Vallaise ad Arnad è l’unica testimonianza iconografica della chiesa prima della ricostruzione avvenuta tra 1683 e 1686. Dell’edificio primitivo, di dimensioni inferiori rispetto a quello seicentesco e dotato di un’abside semicircolare, rimane traccia in un arco acuto, visibile all’inizio della navata sinistra della chiesa attuale, che si apriva alla base del campanile, in origine inglobato – almeno parzialmente – nella fabbrica. Nel vano sotto l’arco è stato collocato un altro reperto della chiesa più antica, la vasca battesimale di epoca romanica.
Le visite parrocchiali del primo Quattrocento restituiscono l’immagine di una sede di culto modesta, dotata di un corredo liturgico appena sufficiente. Nel 1419 si elencano un ciborio di ottone e un cofanetto reliquiario decorosi (altre reliquie sono conservate in due contenitori di metallo non bene individuato e in una semplice borsa di tessuto), un recipiente per gli oli santi «per il momento tollerato» ma evidentemente non ideale, una croce di ottone antica e un piccolo calice d’argento. I libri sacri o non ci sono o sono insufficienti, visto che si ordina di procurare entro due anni un graduale, un salterio e un breviario. L’altare maggiore, intitolato al santo patrono, non presenta il necessario corredo di tessuti e gli altri due altari sono male allestiti. L’unica osservazione positiva è per il cimitero, «indubbiamente ordinato e cinto da muri». Il verbale del 1436 offre qualche informazione in più: sull’altare maggiore, che questa volta è trovato in buone condizioni, si trovano le statue della Vergine, di san Giacomo e di san Nicola; sull’altare dedicato alla Beata Vergine e a sant’Antonio si trovano le statue dei due patroni, di cui quella della Madonna è definita «bellissima»; nulla si dice del terzo altare, dedicato a san Michele e alla Maddalena. Ambedue gli altari laterali non sono consacrati, e quindi forse rinnovati di recente. È possibile che provenga dall’antico altare maggiore la tenera Madonna col Bambino del tardo XIII secolo oggi collocata nel museo parrocchiale, trafugata nel 1957 dalla cappella del Pra e recuperata nel 2016 (si veda l’articolo sul “Messagger 2017”).
Verosimilmente verso la fine del XV secolo la chiesa subì un rifacimento cui risalgono i due architravi di pietra ad arco carenato reimpiegati nelle finestre della facciata. Quest’ultima doveva essere a capanna e interamente dipinta con il Giudizio Universale, come apprendiamo dalla convenzione stipulata nel 1676 per la decorazione della parrocchiale di Perloz dal pittore ossolano Bernardino Fererio, che si impegna a dipingere «le paradix, purgatoire et enfer en remplissant de pincture toutte la fassade… comme est faict à l’eglise d’Yssime et mieux s’il est possible». Il medesimo soggetto sarà ripreso nel 1698 dal pittore Paul-François Biondi per la decorazione della nuova chiesa di Issime. L’aspetto della torre campanaria nel dipinto di Arnad è quello assunto dopo la sopraelevazione ordinata nel 1568 al maistre Pierre Goyet, un Issimese residente a Fontainemore, con l’aggiunta di quattro nuove finestre e dell’alta cuspide piramidale in pietra accantonata da quattro pinnacoli angolari, «della stessa altezza di quella di Fontainemore» precisa l’incarico. La copertura di tipologia tardogotica fu sostituita nel 1764 per opera del maître Joseph Ronco da un’ulteriore sopraelevazione coronata dalla cupola in rame. Lo spazio di fronte alla chiesa era occupato dal cimitero, delimitato da un muretto sul quale si ergeva una croce di legno; l’area delle sepolture venne estesa nel XVIII secolo anche verso sud, mentre sul sagrato il pittore Antonio Facio da Valprato, in Val Soana, avrebbe realizzato nel 1755 le quindici nicchie con i Misteri del Rosario, restaurate alla fine dell’Ottocento da un certo Giacomo Mosca da Ivrea.
La visita pastorale del 1567 segnala le cattive condizioni dell’edificio; le riparazioni effettuate nel 1596, come attesta anche la data scolpita sulla trave maestra, non avrebbero fermato il degrado, tanto che alla fine del secolo successivo il tetto malandato esponeva la chiesa alle intemperie. Fu così che nel 1683 i communiers, guidati dal parroco Jean-Pierre Biolley, decisero di procedere alla ricostruzione integrale, affidata al capomastro Jean Christille di Issime e ai fratelli Giovanni ed Enrico Ferro di Alagna, in Valsesia. Il dettagliato contratto, conservato nell’archivio parrocchiale, prescrive che la nuova chiesa sia spostata verso sud, in modo da essere separata dal campanile; la pianta avrà tre navate separate da tre colonne con capitelli di ordine dorico per parte, e un’abside quadrata affiancata dalla sacrestia e da una cappella. Sulla facciata, scandita da quattro lesene, si apriranno un portale e due porte laterali con incorniciatura in pietra da taglio e due finestre rettangolari per dare luce alle navate laterali, mentre al centro in alto si farà una finestra di forma e dimensioni uguali a quella sulla facciata della chiesa di San Costanzo a Pont Canavese, cioè a croce mauriziana (con le estremità trifogliate). Il portale sarà «à la forme de celuy de Fontanemore», con il timpano spezzato sormontato da una nicchia, «mais plus grand» e con l’incorniciatura di pietra «coupée de plus», denotando ancora una volta lo spirito di competizione nei confronti della vicina parrocchia, la cui chiesa era stata interamente rinnovata nel 1679.
Il cantiere dura fino al 1686, ma i lavori di rifinitura e l’allestimento interno si protrarranno fino alla fine del secolo: nel 1697 viene aggiunto lo sporto del tetto e, come si è detto, l’anno dopo Paul-François Biondi, un artista di origine genovese residente ad Aosta la cui figura è ancora avvolta nel mistero, eseguirà le pitture della facciata, sul modello di una famosa incisione di Pieter de Jode pubblicata ad Anversa nel 1615. La stessa incisione la si trova all’interno della chiesa in fondo alla navata di destra, incisione acquistata dell’associazione Augusta di Issime il 1. marzo 1922 da Robert de Jonge un antiquario di Amsterdam. La stampa acquistata è una edizione posteriore al 1726 realizzata a Parigi.
I dipinti saranno restaurati nel 1790 dal valsesiano Antonio Jacquemin di Riva Valdobbia. Tra le figure di santi e prelati rappresentati a sinistra nella parte più alta della facciata, spicca quella di un giovane ecclesiastico vestito con una cotta di pizzo bianco e il collarino all’uso gallicano (rabat), che guarda verso lo spettatore: è il curato Jean Praz, successore di Biolley. Nato nel villaggio di Proasch nel 1665, Praz resse la parrocchia dal 1692 al 1721 con zelo pastorale e illuminata intraprendenza, promuovendo importanti lavori per il completamento della chiesa e l’erezione di tre cappelle (San Grato, Proasch e Planes), primo fra tutti la realizzazione dell’altare maggiore.
Dopo aver esaminato diversi progetti, sottoposti anche all’autorevole supervisione del capitano Rocco Antonio Rubatto, ingegnere e architetto ducale, la commissione sceglierà quello dei fratelli Giovanni e Giuseppe Antonio Gilardi di Campertogno. L’altare, uno dei più monumentali di epoca barocca ancora esistenti in Valle d’Aosta (secondo solo a quello di Antagnod, opera di un Gilardi e di Giovanni Pompeo Mainoldo), è una grandiosa struttura a tre ordini scintillante d’oro su fondo azzurro e ricchissimo di decori, nel più tipico gusto valsesiano. Numerose nicchie, delimitate da colonne tortili e coronate da timpani triangolari al primo livello e da cupoline con lanterne in quello superiore, ospitano una moltitudine di statue di santi e di angioletti, in tutto ben 182. Al complesso vanno legate anche le due porte laterali, sormontate dalle statue dei santi Pietro e Paolo. Il contratto con i Gilardi, sottoscritto nel 1697, fissava il termine per ultimare l’opera entro il maggio 1700 e prevedeva un compenso di 1.600 lire da pagare in tre rate, più quattro rups di formaggio (una quantità pari a poco più di 38 kg, considerato che il rup corrispondeva a circa 9,6 kg) e la facoltà di fare una colletta presso le famiglie issimesi per raccogliere altre offerte. La fornitura del materiale, legno di cirmolo per le sculture e di abete per la falegnameria, era a carico della comunità.
Giovanni e Giuseppe Antonio Gilardi successivamente avrebbero realizzato anche la Crocifissione della trave trionfale (1702), con la Madonna e san Giovanni evangelista dolenti e la Maddalena inginocchiata ai piedi della croce; Giuseppe Antonio e il nipote Giacomo costruiranno nel 1707 il ricco tabernacolo e i banchi del coro (1710) e procederanno tra 1707 e 1709 alla doratura e alla laccatura dell’altare maggiore (data la mole dei lavori, la scultura e la coloritura degli altari erano in genere oggetto di incarichi separati). All’allestimento del primo Settecento risalgono anche i battenti del portale in legno riccamente scolpito con figure di santi, testine di cherubino e ornati vegetali, il pulpito di noce scolpito e il magnifico armadio della sacrestia.
Una testimonianza interessante per la storia della parrocchia è offerta dalle due tele con la Santissima Vergine Incoronata e san Giuseppe appese sulla parete sinistra del presbiterio: furono donate dal nobile avvocato Matteo Biolley nel 1715, quando fu deliberato di associare appunto la Vergine incoronata a san Giacomo nell’intitolazione della chiesa. L’iconografia di questa Madonna deriva con ogni evidenza da quella di Oropa, da cui si differenzia solo perché non è nera.
Forse la morte improvvisa nel 1721 impedirà al parroco Praz di provvedere agli altari laterali, quasi tutti posteriori. L’unico che potrebbe essere stato realizzato entro il primo ventennio del Settecento è il primo altare vicino al coro della navata destra, quello del Carmine, attribuibile a Giuseppe Giuseppe Antonio Gilardi. La nicchia centrale racchiude la Madonna col Bambino, affiancata a sinistra dalle statue di san Pantaleone e di santo vescovo, a destra da san Leonardo e san Nicola. Segue l’altare del Sacro Cuore, modesta opera di gusto neoclassico dello scultore valsesiano Giovanni Battista Guala, corredato dalle statue dei santi Giacomo e Rocco commissionate al medesimo artista dagli abitanti di Issime come ex-voto per essere scampati all’epidemia di colera del 1867 (oggi sull’altare figurano soltanto le prime due; Guala realizzò anche quelle di san Sebastiano e san Grato un tempo collocate sulla cimasa dell’altare dell’Addolorata, oggi nel museo parrocchiale). Infine si trova l’altare settecentesco di Sant’Antonio abate, dove la figura centrale del patrono è affiancata da quelle dei santi Nicola e Grato. Nella navata sinistra si trova, a partire dal coro, l’altare del Rosario, realizzato nel 1815 grazie al lascito testamentario del parroco Giovanni Angelo Ronco e avvicinabile alla produzione dello scultore valsesiano Giuseppe Antonio Broccio; la statua dell’Immacolata nella nicchia centrale fu acquistata nel 1864 a Varallo Sesia. L’altare successivo, intitolato alla Sacra Famiglia, reimpiega la tela e i fregi di un altare costruito nel 1675 a spese di Gabriele Goyet, parroco di Valtournenche. Infine vi è l’altare dell’Addolorata, in muratura dipinta a finto marmo, di fattura ottocentesca.
Nel corso del XIX secolo la chiesa si arricchisce di nuovi arredi: l’organo, fabbricato dall’abate Maurizio Broglio di Borgofranco (1823; l’organo attuale risale al 1881, ma è stata mantenuta la cassa neoclassica); una serie di dipinti con i dottori della chiesa e altri santi (1844); le stazioni della Via crucis, dipinte nel 1846 dal pittore Avondo; il sedile degli officianti nelle messe solenni (1850); l’acquasantiera in marmo (1861); i baldacchini sopra gli altari della Sacra Famiglia e dell’Addolorata (1887); nuovi banchi della navata (1896); nonché una serie di statue: San Biagio e Santa Francesca (offerte dal notaio Blaise Linty e dalla moglie Marie-Françoise Alby), Santa Margherita (forse del Guala, ora nel museo parrocchiale). Il battistero, acquistato nel 1842, proviene dagli arredi dismessi della cattedrale di Aosta: si tratta di un pregevole manufatto di gusto tardomanierista, simile ad alcuni manufatti di primo Seicento presenti sul territorio valdostano, come la porta proveniente dalla chiesa aostana di San Francesco e oggi nella parrocchiale di Gressan e le ante superiori dell’armadio nella sacrestia del Tesoro della cattedrale.

Il museo parrocchiale
Inaugurato nel 1986, fra i primi in Valle, il museo parrocchiale presenta una ricca raccolta di arredi e suppellettili appartenenti alla chiesa parrocchiale o in origine collocati nelle cappelle del territorio (di cui si dirà a proposito delle cappelle di provenienza). Al corredo liturgico della chiesa quattrocentesca risalgono la croce astile in lamina d’argento sbalzata, con estremità gigliate, di un tipo largamente diffuso sul territorio valdostano, la croce tubolare in ottone e due pregevoli calici d’argento. Tre antiche statue lignee attestano gli stretti legami della Vallesa con la cultura germanica: il San Giacomo del primo XV secolo già collocato nella nicchia sopra il portone di ingresso della chiesa (ora sostituito da una copia) e forse in origine sull’altare maggiore, e le grandi figure della Vergine e di santa Lucia, forse provenienti da un medesimo antico altare e databili all’inizio del Cinquecento. La prima fu reimpiegata per lungo tempo al centro dell’altare del Rosario, mentre la seconda fu pesantemente ridipinta nel 1867 per essere collocata entro la nicchia accanto all’altare maggiore. Per l’epoca barocca si segnalano alcune preziose oreficerie. Un calice con punzone delle zecche sabaude in vigore dal 1678 è sicuramente opera di un argentiere piemontese, forse lo stesso che eseguì un ostensorio a raggiera per la chiesa parrocchiale di Gressoney-St-Jean. Di fattura tedesca è invece un cofanetto reliquiario in argento datato 1665 e lavorato a sbalzo, cesello e bulino; il tetto è ornato dalle statuine in fusione degli evangelisti e del Cristo risorto, le facciate dalle figure a mezzotondo della Vergine e dei santi Giacomo, Giovanni evangelista, Sebastiano e Rocco, questi ultimi due santi invocati contro il contagio della peste e popolarissimi nel XVII secolo dopo la spaventosa epidemia del 1629-’30. Un disegno conservato nell’archivio parrocchiale consente di datare al 1747 un monumentale ostensorio a raggiera d’argento parzialmente dorato. La Pietà proveniente dall’oratorio di Bourinnes è un interessante esempio di scultura popolare del Settecento. Il museo conserva anche diversi manufatti tessili e un raro messale incunabolo, stampato a Basilea con la tecnica a caratteri mobili verso il 1490.

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Didascalia

  1. La chiesa parrocchiale, facciata (foto don Paolo Papone)
  2. Interno della chiesa (foto Stefano Corbara)
  3. L’altare maggiore della chiesa parrocchiale (foto Stefano Corbara)
  4. L’altare della Madonna del Carmine (foto Stefano Corbara)
  5. L’altare della Madonna del Rosario (foto Stefano Corbara)
  6. La stampa di Pieter de Jode
  7. Trave maestra della chiesa con la data dell’intervento del 1596 (foto Beppe Busso)

Foto sferica