Tipologia: Cappella
Anno costruzione: 1653
Secolo: XVII
Toponimo: Chinchéré - Tschentschiri
Dedicazione: Présentation de Marie au Temple
Comune: Issime
Architettura: a capanna
Ubicazione: fondovalle
Accesso: facile
Disabili: sì
Percorso: di fondovalle
Stato attuale: restaurata
Progetto di restauro: da finanziare
La cappella di Chinchéré sorse per volontà della famiglia Consol Péjetsch che abitava il villaggio di Chinchéré. Nel suo testamento dettato nel 1628, Jeanne Consol vedova di Jean-Jacques Ronco disponeva che i suoi eredi si facessero carico della cappella che la famiglia intendeva erigere «sous le titre et honneur de la Présentation de Notre Dame de Grace», realizzata intorno al 1653. Nel 1866 sarà ancora un Consol Péjetsch, il sacerdote Jean-Joseph (1801-1866) parroco a Pont-Saint-Martin, a promuoverne la ricostruzione, ultimata nel 1870, e la dotazione dell’arredo necessario, tra cui una statua della Vergine immacolata posta in alto al centro dell’altare, una Madonna con Bambino posta nella nicchia centrale e a lato due statuette dei santi san Giovanni evangelista e Giacomo, realizzate dallo scultore valsesiano originario di Mollia Giovanni Battista Guala, oggi conservate nel museo parrocchiale. Quest’ultimo realizzò negli anni fra il 1967 e il 1869 anche l’altare in stile neoclassico. Nel 1930 per volontà del parroco Grat Vesan la statua della Madonna posta nella nicchia centrale dell’altare fu sostituita da un dipinto realizzato da Maria Rege de Donato che raffigura la Presentazione di Maria al tempio.
La volta e le pareti della cappella sono state decorate nel 1897 da Joseph-Siméon Favre, nato ad Aosta nel 1859 e morto a Séez nel 1900. È ricordato come pittore ma soprattutto come etnomusicologo, primo studioso della musica popolare valdostana. Raccolse quasi duecento canzoni popolari della Valle d’Aosta e delle Alpi francesi, parte delle quali sono state pubblicate nel libro di Julien Tiersot, Chansons populaires recueillies dans les Alpes françaises, Savoie et Dauphiné. Favre studiò in seminario ad Aosta insieme a Ferdinand-Joseph Collomb parroco ad Issime dal 1894 al 1908. Collomb stesso lo invitò a dipingere la volta della cappella di Chinchéré.
Secondo la tradizione orale e la testimonianza preziosa di Lea Consol Stoffultsch (*1938), discendente di un certo Jean-Isidore Ronco Pétéretsch (1825-1909) che fu per molti anni procuratore della cappella, sappiamo che il legname che è servito per la ricostruzione della cappella nel 1866 soprattutto per il pavimento, così come nel 1928 per il rifacimento dei banchi, proveniva dalla consorteria di Mont des Aigles un bosco d’alto fusto che si trova alla sinistra orografica del vallone di Tourrisòn, lungo il versante a bacio sotto la cresta della montagna la cui cima, situata nel territorio di Fontainemore, porta il nome di Mont des Aigles, in patois Mun de l’Olje che si estende dall’alpeggio di Töivi fino a quello di Lejet. In particolare il legname che è servito per i banchi, offerti appunto nel 1928 dai discendenti di Jean-Isidore, proveniva dal territorio intorno a Töivi.
Questo bene comune appartiene tuttora ai discendenti dei Consol Péjetsch fra i quali anche i Ronco Péteretsch che hanno beni nel vallone di Tourrisòn. È questo un aspetto importante riguardante l’uso comunitario delle risorse naturali come beni comuni che nei secoli passati hanno giocato un ruolo significativo per garantire la soddisfazione dei bisogni fondamentali delle comunità territoriali.
Sibben joar im uabre Hof, as joar in d’Puart, as joar im endren Tschentischiri, un as joar in Gran Proa
Sette anni per quelli della Corte superiore, uno per quelli della casa detta Puart, uno per quelli di Chinchéré di là e uno per quelli di Gran Pra
È l’espressione rituale e consacrata dalla tradizione con la quale ad Issime nel villaggio di Chinchéré si stabiliscono gli adempimenti cui sono impegnati gli abitanti nei turni di messa nella cappella del luogo. Ma non solo, con questa formula si sancisce e si codifica un rituale di aggregazione della comunità ponendo dei limiti territoriali per identificare i luoghi ed i suoi abitanti vincolati ad un antico legato, si ritualizza e si rassicura attraverso la ciclicità il perpetuarsi dell’evento, rimandando a ciò che avvenne fin dall’inizio della comunità, quando gli uomini che in origine la costituirono sentirono l’esigenza di edificare i centri di culto vicino alle proprie case, per imprimere un carattere di sacralità a quel luogo e sancire così con esso un profondo legame.
La cappella già da alcuni anni necessitava di interventi perché infiltrazioni d’acqua ne minavano l’integrità strutturale. Nel 2018 la svolta: l’idea fu quella non certo di partire dalle procedure codificate in ambito edilizio con rilievo e progetto per l’intervento di restauro, ma di ricucire le relazioni all’interno della comunità riproponendo le antiche regole che ne sancivano i rapporti.
Un vecchio libretto gelosamente custodito dalla famiglia Ronco Pétéretsch è stato il punto di partenza: il contenuto del libretto è il resoconto cronologico dei turni di messa della cappella di Chinchéré a partire dalla fondazione del legato il 27 maggio 1653, con annotazioni riguardanti i momenti salienti della comunità impegnata nel mantenimento della cappella. I turni durano ininterrottamente da 370 anni e le famiglie coinvolte sono le discendenti dirette di quelle di allora.
Il momento in cui la comunità di villaggio si identifica è rappresentato dalla messa celebrata il 21 novembre, il giorno dell’ingresso della Madre di Dio al Tempio, che ricorda la presentazione di Maria al Tempio di Gerusalemme. La festa religiosa, al di là della dimensione celebrativa, è un momento di aggregazione e coesione sociale e di stimolo all’azione comunitaria, è un momento che permette di riallacciare legami con parenti e amici. Nella comunità di Chinchéré e Gran Pra è evidente che al sistema di villaggio è legata la conservazione e la fruizione di una serie di beni culturali, materiali e immateriali che svolgono ancora in parte a distanza di oltre tre secoli e mezzo la loro funzione originaria.
Il progetto ha previsto, oltre all’analisi e allo studio del libretto con la ricostruzione delle linee familiari e della storia della comunità, anche un momento di riflessione e di dialogo con i componenti delle famiglie coinvolte, attraverso una serie di domande che hanno spinto gli interlocutori a ricercare, rivedere e prendere coscienza del proprio ruolo. Fra le tante risposte c’è stato anche il ritorno alla memoria, da parte di una anziana abitante del luogo, della formula di rito sopra riportata, in uso ancora fino ad alcuni decenni fa, l’ordito sul quale si è tessuta la storia del villaggio. Questo momento ha permesso di rinsaldare quel legame che sembrava essersi affievolito dando nuovo slancio ad una tradizione mai interrotta.
Il legame con la terra è stato ed è il fattore che ha permesso il mantenimento fino ai giorni nostri di una tradizione che non trova eguali. La possibilità di valorizzare questi elementi è certamente legata alla conservazione del valore della cultura rurale quale elemento di identificazione delle comunità.
Un tempo la comunità di Chinchéré e Gran Pra era costituita da un numero decisamente più elevato di individui, le famiglie di allevatori si distinguevano dalle altre per dimensioni : dal momento che le attività agricole e pastorali erano per lo più finalizzate all’autosufficienza, la famiglia rimaneva tutto l’anno nella comunità, senza dover emigrare per cercare lavoro all’esterno, permettendo così il mantenersi di legami che difficilmente troverebbero modo di perpetuarsi.
Il lavoro di ricognizione, di ricostruzione della sequenza delle generazioni succedutesi in quattro secoli e delle vicende familiari ha dato maggior valore a questa antica consuetudine. Gli abitanti hanno preso coscienza che uno ‘strappo’ stralcerebbe ogni certezza di futuro.
La trasmissione del patrimonio immateriale, legato come in questo caso a eventi festivi religiosi, è strettamente interconnessa alle risorse materiali, e in larga misura ne dipende. Il legame con il territorio della famiglia e della comunità è di fondamentale importanza nella trasmissione della memoria culturale.
Questa modalità operativa ha dato i suoi frutti, la popolazione ha assunto un ruolo sempre più attivo nei riguardi della conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale ma soprattutto ha prodotto nuova conoscenza a beneficio di un reale sviluppo locale dando anche nuovo impulso a filiere economiche legate al territorio.
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